Editoriale: le dimissioni (finte) di Zingaretti e la nascita del nuovo asse politico

La nascita del secondo governo Conte era avvenuta sulle basi della disfatta del primo che, tra qualche cocktail e qualche serata in discoteca, aveva di fatto messo fuori Salvini e tutta la sua banda di antimeridionalisti. Lo scopo, infatti, era fermare l’avanzata del sovranismo targato Lega e permettere ai novelli “Robespierre” del Movimento grillino di continuare a seminare soldi con redditi di cittadinanza e interventi di puro clientelismo. Fermare Salvini: questo era il senso politico poi realizzato con l’entrata del Pd di Zingaretti. Le premesse c’erano tutte. Ma qualcosa non deve essere andato per il verso giusto. I mal di pancia nel Pd cominciano a venire fuori: le scissioni iniziano e si realizzano con un furor di popolo abbastanza contenuto e con elementi giudaici (da Giuda) che permetteranno poi la caduta di Conte e l’arrivo di Draghi. L’ex titolare della Banca Centrale europea capisce che l’occasione è ghiotta: i due partiti di maggioranza relativa sono con l’acqua alla gola. Le decisioni, poi, inutile parlarne: spettano solo al premier.

Nel giro di qualche settimana sia il M5s che il Pd implodono. Ieri è toccato al Pd con le dimissioni di Zingaretti. Quella stessa frangia che non voleva si governasse con Giggino e gli altri, si è ritrovata a governare con Salvini e Forza Italia. Altro che rinnovamento. Altro che neoriformismo. Zingaretti parla di poltrone come se fosse a Sanremo (dove sono però tutte vuote) invece le sue dimissioni sono il guanto di sfida a questi sobillatori. Chiama alla conta i suoi: vediamo in quanti saranno in grado di fronteggiare l’armata rossa del “Commissario Montalbano”. Zinga stravincerà e nascerà il nuovo polo M5s e Pd. Salvini e Berlusconi sono avvisati.

Antonello Troya

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